Dolci/ Sicilian-style food

Rame di Napoli o Ramette

Rame di Napoli o Ramette

Rame di Napoli o Ramette

Rame di Napoli o Ramette,in verità di Napoletano in sè non hanno nulla semplicemente la teoria più accreditata pare dica che:

…durante l’impero Borbonico, successivamente all’unificazione del Regno di Napoli con il regno di Sicilia, fu coniata una moneta contenente una lega di rame, in modo da sostituire la più ricca lega di oro e argento. Il popolo, con l’introduzione di tale moneta, pensò bene di creare un dolce che la  riproducesse, inventando così la rama di Napoli.

(fonte Wikipedia)

 

Io adoro questi dolcetti,nell’attesa della Commemorazione dei Defunti e per Ognissanti  è grande tradizione nel Catanese preparali si trovano ovunque,dalla Pasticceria più raffinata al Panificio fino ad arrivare al Supermercato,in qualunque luogo si venda cibo loro ci sono,ne esistono mille varianti,con copertura al cioccolato bianco,mandarino,arance,pistacchio e con analoghe farciture,persino di ricotta,insomma da capogiro,croccanti al morso ma con un cuore molto soffice,dovete assolutamente provarli,io ho preso la ricetta da Francesco .

Rame di Napoli o Ramette

Rame di Napoli o Ramette

Rame di Napoli o Ramette
Recipe Type: Dessert
Cuisine: Italian-Sicilia
Author: Ketty Valenti
Prep time:
Cook time:
Total time:
Serves: 23 mins
Ingredients
  • 500 g di farina
  • 400 g di latte
  • 220 g di zucchero di canna
  • 120 g di cacao amaro
  • 2 uova
  • 30 g di miele di acacia ( io di zagara)
  • 2 cucchiai di marmellata di arance
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • essenza di vaniglia (o 1 bustina di vanillina)
  • 60 g di burro fuso freddo
  • 1/2 cucchiaino di cannella
  • circa 7 chiodi di garofano pestati finemente
  • 1 pizzico di sale
  • Per la Copertura
  • 400 g di cioccolato fondente + 5 cucchiai di latte
  • granella di pistacchio e mandorle
Instructions
  1. In una ciotola abbastanza grande setacciare Farina,Cacao,Lievito,Cannella,Vaniglia,chiodi di garofano,sale,mescolare la miscela.
  2. A parte battete un po’ le uova,quindi unite lo zucchero di canna,il miele e la marmellata mescolare ed unire al composto iniziale di farina,mescolate con vigore unendo a filo il latte.
  3. Per finire unite il burro fuso ma freddo,quindi mescolate ancora fino ad ottenere un composto abbastanza omogeneo.
  4. Sistemate un foglio di carta forno su una leccarda e con il cucchiaio prelevate una parte del composto e formate tante montagnette,preriscaldate intanto il forno statico e a 180°,quindi infornate per circa 10 minuti.
  5. Nel frattempo preparate un bagnomaria per sciogliere il cioccolato fondente con il latte che vi servirà per la copertura,mescolate bene fino ad ottenere un cioccolato ben fluido e lucido.
  6. Quando le vostre ramette saranno pronte e fredde,immergetele da un lato,la parte curva,nel cioccolato e adagiatele su una gratella per solidificare quindi cospargete di granella di pistacchio e mandorle.
  7. Servitele accompagnate da un vino liquoroso o un buon caffè.

 

Rame di Napoli o Ramette

<Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciriddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.
Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montagne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.>
(da Racconti quotidiani di Andrea Camilleri)

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12 Comments

  • Reply
    Claudia
    25 ottobre 2015 at 10:03

    Li ho sempre visti in giro in vari blog… anche sotto Natale…. devono essere davvero golosi!!! le tue foto poi.. invogliano all’assaggio… buona domenica :-*

  • Reply
    Francesca P.
    25 ottobre 2015 at 22:47

    Mi prenoto per fare merenda da te tutti i giorni della prossima settimana, va bene? 🙂 Lascia così apparecchiato che è molto elegante e d’altri tempi, la mia anima vintage è contenta e se mi leggi a voce alta anche Camilleri è tutto perfetto!

  • Reply
    Erica Di Paolo
    26 ottobre 2015 at 8:58

    Acciderboli, sento di adorarli anche io ^_^ Che delizia!!!!!

  • Reply
    andrea
    26 ottobre 2015 at 9:04

    wow mai provati :(( di sicuro devono essere deliziosi :)) grazie per la ricetta!

  • Reply
    Melania
    26 ottobre 2015 at 15:33

    Tu parli per me ma io qui ci vedo tanta, tantissima poesia! Ci vedo un’anima vintage, un soffio leggero sulle cose passate. Quelle che un tempo lasciavano il segno.
    È vero. In questo periodo sono ovunque, ma ognuno ha il suo posto di fiducia dove prenderle. Non le ho mai preparate e questa mi pare la volta buona! Ho segnato tutto!!! Poi ti dirò.
    Ti abbraccio forte, le foto sono bellissime.

  • Reply
    gaia sera
    28 ottobre 2015 at 9:56

    Ketty lo sai vero che io VENERO Camilleri e questo passo non lo conoscevo quindi prima di tutto grazie per avermene dato la possibilità e poi un altro grazie per la ricetta che mi pare davvero eccezionale. Complimenti per le foto. Diventi sempre più brava
    Un abbraccio grande ❤️

  • Reply
    Veronica
    28 ottobre 2015 at 21:51

    Che belli ti sono venuti, io li adoro col sentore di chiodi di garofano hanno un gusto meraviglioso. Complimenti cara <3

  • Reply
    Chiara
    30 ottobre 2015 at 0:19

    una delizia che vorrei assaggiare al più presto, segno la ricetta Ketty,mi hai messo voglia !

  • Reply
    Simona
    31 ottobre 2015 at 9:48

    Ketty non conoscevo questi dolci…adesso che ho letto la ricetta posso dire che li adoro!!!! Li salvo nella mia lista 🙂 un bacione

  • Reply
    barbara
    31 ottobre 2015 at 16:36

    Niente parole, solo sospiri dinanzi a tanta bontà e bravura.

  • Reply
    Mary Vischetti
    27 ottobre 2016 at 17:18

    Ketty, non conoscevo questi dolcetti…Sono incantevoli e di sicuro, una vera specialità!
    Un abbraccio,
    Mary

  • Reply
    Chiara
    27 ottobre 2016 at 23:30

    vedere queste meraviglie mi mette fame anche se manca poco a mezzanotte…..Leggere Camilleri fa bene a qualsiasi ora, adesso che faccio? Cerco qualcosa da sgranocchiare ma vorrei le tue ramette !!!

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